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Rabbia, ira e spirito agonistico

Tra l’ira funesta del Pelide Achille e l’ira d...

Tra l’ira funesta del Pelide Achille e l’ira di Dio dopo il peccato di Adamo, sembra che l’Occidente, che ha nella cultura greca e in quella giudaico-cristiana le sue matrici, rinvenga nell’ira, o come più frequentemente si dice nella “rabbia”, uno dei suoi segni distintivi.

💡 Riflessione AI

La frase mette a confronto due forme di collera archetipica per dire che la rabbia è un tratto costitutivo della cultura occidentale; nello sport diventa energia motivante e rischio di perdita di controllo. Nel basket e nella vita la 'rabbia' può trasformarsi in tiro decisivo o in errore fatale, sempre in senso metaforico.


Frasi di Umberto Galimberti


Significato Profondo

Galimberti richiama due immagini potenti — l'ira di Achille e l'ira di Dio dopo il peccato di Adamo — per sostenere che la collera è una figura ricorrente nell'immaginario fondativo dell'Occidente. In chiave educativa e sportiva, questa 'rabbia' va intesa come una forza ambivalente: da una parte motiva, dà concentrazione e spinta agonistica; dall'altra può facilmente degenerare in perdita di controllo, in scelte impulsive e in comportamenti autodistruttivi sul campo e nella vita.

Dal punto di vista filosofico e culturale la frase sollecita a riconoscere che le emozioni collettive modellano l'etica e l'azione: la rabbia storicamente legittimata (eroica o divina) legittima anche oggi forme di competitività che vanno governate. Per l'allenatore o l'atleta la sfida è imparare a convertire la carica emotiva in tecnica, strategia e resilienza, evitando che la stessa energia si traduca in «tiri sbagliati» o in scelte che 'mettono a morte' metaforicamente la carriera o lo spirito di squadra.
Versione Originale

"Tra l’ira funesta del Pelide Achille e l’ira di Dio dopo il peccato di Adamo, sembra che l’Occidente, che ha nella cultura greca e in quella giudaico-cristiana le sue matrici, rinvenga nell’ira, o come più frequentemente si dice nella “rabbia”, uno dei suoi segni distintivi."

Origine e Contesto

Umberto Galimberti (nato nel 1942) è un filosofo e saggista italiano noto per le sue riflessioni su mito, psiche e cultura contemporanea. Nel suo lavoro recupera spesso riferimenti classici e religiosi per interpretare i grandi temi della modernità: identità, tecnologia, emozioni. La citazione rientra nella sua analisi delle matrici culturali occidentali e della loro manifestazione nel tessuto sociale e simbolico.

Fonte: Citazione attribuita a Umberto Galimberti, tratta da suoi interventi e saggi dedicati al mito e alla cultura occidentale; la frase è ricorrente nei suoi commenti pubblici e nelle lezioni, più che riconducibile a un singolo titolo univoco.

Impatto e Attualità

La frase resta attuale perché mette in luce un nodo centrale della contemporaneità: la gestione dell'emotività in contesti pubblici e competitivi. Nello sport moderno — e specialmente nel basket, dove ogni episodio emotivo può decidere la partita — riconoscere la doppia natura della rabbia aiuta a costruire programmi di allenamento psicologico, prevenire comportamenti antisportivi e trasformare impulsi intensi in performance efficaci. Sul piano sociale, invita a riflettere sul modo in cui la cultura occidentale celebra o stigmatizza la collera.

Esempi di Utilizzo

  • Allenatore: «Canalizziamo la rabbia del giocatore trasformandola in intensità difensiva; non in falli tecnici» (uso pratico nel coaching di una squadra di basket).
  • Giocatore: dopo un errore, rinvia la frustrazione in sessioni extra di tiro: la rabbia diventa motivazione per il prossimo 'tiro decisivo'.
  • Vita quotidiana: trasformare la 'rabbia' per un torto percepito in azione positiva — allenamento, dialogo e obiettivi concreti invece di reazioni impulsive.

Variazioni e Sinonimi

  • La rabbia come cifra dell'Occidente
  • Ira eroica e ira divina a confronto
  • La collera come energia culturale
  • Rabbia agonistica
  • La passione che guida e consuma

Domande Frequenti (FAQ)

Q: Cosa intende Galimberti con 'ira' nella citazione?

Si riferisce a una forma di collera archetipica che attraversa mito e religione; nello sport va intesa come energia potenziale che può motivare o distruggere prestazioni.

Q: Come si applica questa idea al basket?

Nel basket la rabbia può alimentare intensità e determinazione (ad es. raddoppi difensivi, tiri decisivi) se incanalata; altrimenti provoca falli, errori e fratture nello spirito di squadra.

Q: La citazione giustifica la violenza?

No: Galimberti usa la violenza in senso metaforico e culturale per descrivere dinamiche emotive; l'approccio educativo è convertire la rabbia in disciplina e strategia, non promuovere aggressività reale.

Q: Come gestire la rabbia nello sport e nella vita?

Tecniche pratiche: riconoscimento emotivo, respirazione controllata, ristrutturazione cognitiva, allenamento mirato e confronto costruttivo con allenatori o compagni.

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Curiosità

Galimberti spesso mescola riferimenti mitologici e religiosi per descrivere fenomeni psicologici contemporanei; definire Achille come 'Pelide' è un richiamo colto alla genealogia eroica, mentre la menzione dell'ira divina collega mito e teologia in una sola immagine. Nel linguaggio sportivo tale concetto ha dato origine alla nozione praticata di 'rabbia agonistica' utilizzata da tecnici e preparatori mentali.


    Solo con gli amici della banda oggi molti dei nostri ragazzi hanno l'impressione di poter dire davvero "noi", e di riconfermarlo in quelle pratiche di bullismo che sempre più caratterizzano i loro comportamenti a scuola. Lo sfondo è quello della violenza sui più deboli e la pratica della sessualità precoce ed esibita sui telefonini e su internet dove, compiaciuti, fanno circolare le immagini delle loro imprese.

    Tra invidia e superbia c’è una sottile parentela dovuta al fatto che il superbo, se da un lato tende a superare gli altri, quando a sua volta viene superato non si rassegna, e l’effetto di questa non rassegnazione è l’invidia.

    Nella nostra cultura c’è poco orgoglio e molta superbia, poca dignità e molta apparenza

    La felicità, nonostante la pubblicità vi illuda, non ci viene dall’ultima generazione di telefonini o di computer, e più in generale di “prodotti”, ma da uno straccio di “relazione in più”.

    È come se fotografandosi, i ragazzi cercassero l’identità che non possiedono, e la trovassero più attraverso la loro rete che attraverso i loro occhi.

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