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Uomini, tiri e fragilità

Cratos. Ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili...

Cratos. Ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, più miserabili dei vermi o delle foglie dell’altr’anno che son morti ignorandolo.

💡 Riflessione AI

Nel lessico del basket e della vita, Pavese sottolinea la fragilità umana: ogni uomo è destinato a cadere, come un tiro che non entra. È un invito a trasformare la consapevolezza della caducità in allenamento, strategia e resilienza.


Frasi di Cesare Pavese


Significato Profondo

La frase mette in luce un sentimento esistenziale di precarietà: gli uomini vengono descritti come "miserabili cose" destinate a morire, come foglie o vermi ignari della loro fine. Questo registro poetico ed amaro sottolinea la limitatezza dell'esistenza e l'impermanenza di ciò che crediamo solido, invitando alla riflessione sul valore della consapevolezza e sul senso dell'azione umana.

Nel contesto sportivo (in particolare nel basket), l'immagine si presta a una lettura metaforica: i "tiri" sono i tentativi, le scelte e le azioni che compiamo; essere "morti" o "sconfitti" non è violenza reale ma l'essere estromessi dal gioco, perdere opportunità o perdere fiducia. La citazione diventa così monito per allenatori e atleti: riconoscere la propria vulnerabilità significa anche allenarsi per trasformare le cadute in crescita e i tiri sbagliati in apprendimento.
Versione Originale

"Cratos. Ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, più miserabili dei vermi o delle foglie dell’altr’anno che son morti ignorandolo."

Origine e Contesto

La citazione proviene dal clima letterario di Cesare Pavese (1908-1950), autore italiano che nel dopoguerra usò spesso miti e dialoghi classici per esplorare temi moderni come il destino, la solitudine e la morte. L'opera in cui Pavese raccoglie dialoghi mitici è 'Dialoghi con Leucò' (pubblicata nel 1947), scritta in un'Italia segnata dalla guerra e dalla ricostruzione culturale: quel periodo alimentò riflessioni sulla precarietà dell'umano e sulla perdita di certezze.

Fonte: Dialoghi con Leucò (1947), dialogo intitolato "Cratos"

Impatto e Attualità

La frase resta attuale perché tocca temi permanenti: vulnerabilità, fallimento e consapevolezza. Nel mondo dello sport contemporaneo parla direttamente alla psicologia dell'atleta: imparare a gestire i tiri falliti, la pressione e la caduta dell'ego è centrale per prestazioni sostenibili. Nel contesto più ampio della vita, la citazione invita a considerare la transitorietà come leva per la responsabilità personale e la crescita.

Esempi di Utilizzo

  • Discorso dell'allenatore: usare la frase per ricordare alla squadra che ogni tiro sbagliato è un'occasione per migliorare, non una condanna definitiva.
  • Articolo formativo su mental coaching: spiegare come accettare la caducità dell'errore aiuta a prevenire il burnout e a costruire resilienza.
  • Sessione di preparazione mentale pre-partita: trasformare la paura di 'essere fuori gioco' in strategie pratiche per recuperare dopo un errore.

Variazioni e Sinonimi

  • L'uomo è fragile come una foglia al vento
  • Tutti cadono; pochi sanno rialzarsi
  • Siamo attimi destinati a svanire
  • Ogni errore è una caduta che insegna

Domande Frequenti (FAQ)

Q: Cosa significa questa citazione in termini semplici?

Indica la fragilità e la caducità umana: un richiamo a riconoscere i limiti e a trasformare la consapevolezza in azione costruttiva.

Q: Da quale opera di Pavese proviene la frase?

La frase è tratta dai 'Dialoghi con Leucò' (1947), nel dialogo intitolato 'Cratos'.

Q: Come si applica questa citazione nello sport, specialmente nel basket?

Nel basket si può leggere come metafora dei tiri mancati e delle sconfitte: accettare gli errori, allenarsi e recuperare sono la risposta alla fragilità.

Q: La citazione è violenta o pericolosa?

No: il riferimento alla morte va interpretato in senso metaforico ed esistenziale; nel contesto sportivo parla di esclusione, cadute e opportunità di crescita.

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Curiosità

Pavese attinge spesso alla mitologia per dare voce a problemi contemporanei: il nome 'Cratos' rimanda alla forza/potere nella mitologia greca, e nel dialogo Pavese capovolge quell'immagine per meditare sulla debolezza umana. L'opera raccoglie queste voci mitiche scritte nel dopoguerra e riflette una visione profondamente malinconica della condizione umana.


    Le belle persone si distinguono, non si mettono in mostra. Semplicemente, si vestono ed escono. Chi può, le riconosce.

    Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza.

    E che centomila abbiano avuto delusioni, diminuisce forse il dolore di chi viene deluso?

    Ti amo. Di questa parola so tutto il peso – l’orrore e la meraviglia – eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me.

    Se vuoi viaggiare lontano e veloce, viaggia leggero. Spogliati di tutte le invidie, gelosie, ripicche, egoismi e paure.

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