Bestemmia e preghiera nello sport
La bestemmia è una forma di preghiera, anzi, sta alla preghiera come la copula al corteggiamento.
💡 Riflessione AI
La frase mette in luce la tensione tra sacro e profano, mostrando come un gesto apparentemente irriverente possa avere valore rituale. Nel calcio o nel basket la parola scagliata è spesso una scarica emotiva che instaura un rapporto immediato con il limite e la speranza.
Significato Profondo
Nel contesto sportivo il confronto diventa plastico: l'urlo dopo un tiro sbagliato o la parolaccia in campo funzionano come rituali di scarico e come tentativi di risignificare l'azione — come se, attraverso un'imprecazione, l'atleta cancellasse la tensione e si preparasse a un nuovo “tiro”. La similitudine con la “copula al corteggiamento” sottolinea la differenza tra fine e mezzo, tra intensità finale e processo preparatorio.
"La bestemmia è una forma di preghiera, anzi, sta alla preghiera come la copula al corteggiamento."
Origine e Contesto
Fonte: La formulazione è attribuita a Valerio Magrelli in raccolte di citazioni e interventi; tuttavia non risulta facilmente rintracciabile in una singola opera stampata ufficiale. Viene citata in contesti critici e aneddotici legati all'autore.
Impatto e Attualità
Esempi di Utilizzo
- ✓ In una partita di basket il tiratore impreca dopo un errore decisivo: il gesto funziona come scarico emozionale e preparazione per il prossimo tiro.
- ✓ Un allenatore commenta che la bestemmia del capitano è diventata quasi un rito scaramantico: prima di ogni timeout la squadra ride e si concentra.
- ✓ Un articolo usa la citazione per descrivere la tensione di un playmaker che, dopo un lungo digiuno di punti, esplode con una parolaccia di gioia dopo un canestro decisivo.
Variazioni e Sinonimi
- • L'imprecazione come rituale di liberazione
- • La parolaccia come atto di supplica istantanea
- • La bestemmia come contro-preghiera
- • L'urlo agonistico al posto della preghiera
- • Il gesto scaramantico che sostituisce la meditazione
Domande Frequenti (FAQ)
La frase non propone una giustificazione morale, bensì un'interpretazione sociolinguistica: legge la blasfemia come un gesto rituale di tensione e sollievo. Il suo uso in campo resta una questione culturale e disciplinare.
La frase è attribuita a Valerio Magrelli, ma non è agevolmente rintracciabile in una singola opera stampata; compare in contesti critici e citazioni orali.
Si può usare l'osservazione per riconoscere rituali emotivi: allenare la gestione della frustrazione, trasformando l'immediato sfogo in tecniche di recupero mentale e concentrazione prima del prossimo tiro.
Nel contesto educativo e sportivo la citazione è analizzata come fenomeno linguistico e culturale; l'obiettivo è la comprensione critica, non la promozione dell'offesa.
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